Andrea Lodovichetti, “La Regia, La Mia Passione”

 

Andrea Lodovichetti, regista italiano, assistente di Paolo Sorrentino nel 2005 e vincitore del Golden Globe nel 2009 per il miglior cortometraggio è da sempre stato innamorato del cinema e della regia, subito dopo aver terminato gli studi liceali, ha capito che la regia sarebbe diventata la sua professione. Per la sua professionalità è stato selezionato in eventi cinematografici di ogni parte del mondo. Attualmente è impegnato come docente in corsi di Regia e Scrittura Creativa in Italia e all’estero, partecipando a vari eventi, oltre a tenere seminari ed incontri sui suoi lavori e sul cinema in genere.

Andrea quando hai capito che la regia sarebbe stata il tuo lavoro?

Lo speravo fin da piccolissimo. Ma solo dopo il liceo, poco prima dell’università, ho capito che il sogno del bimbo sarebbe potuto, forse, diventare realtà. E da quel momento, per vocazione o semplice incoscienza,  ho iniziato a “lavorare” su me stesso con tale obiettivo.

Cosa vuol dire essere registi?

Vuol dire sentire la necessità di comunicare. Raccontare storie, personaggi, situazioni.  Emozionare, spaventare, far sorridere. Significa anche esporsi, in qualche modo, perchè ritengo che un regista tenda comunque a raccontare ogni volta sé stesso, in varie declinazioni e attraverso sfumature più o meno evidenti e più o meno consapevoli.  Essere regista credo rimandi anche ad una necessità di condivisione (o di scontro, sovente). Francesco Casetti,  in un suo splendido saggio, sostiene che il meccanismo del cinema termina con lo spettatore. Ossia dire: lo spettatore non è solo il fruitore, ma parte integrante dell’intero processo. Sono d’accordo e, anzi, azzarderei: il regista vuole essere la nemesi del suo spettatore.  Sin dal principio. Terribilmente affascinante.

E cosa vuol dire per te?

E’ una cosa che sento piuttosto naturale. Fin da bambino sono stato attratto dalle immagini in movimento e soprattutto dalla scomposizione della realtà in frammenti da rielaborare e ricomporre in formule sempre nuove. Il raccontar storie (quindi ragionevolmente anche il cinema) è, per dirla alla Tabucchi, “Un gioco segreto e quasi infantile”.  Essere registi, dunque, è il non poter sottrarsi a quel giocare.

Cosa c’è dietro la macchina da presa?

Dietro la macchina da presa c’è un altro mondo. Un mondo parallelo a quello che viviamo e a quello che vivrà lo spettatore, quando si troverà di fronte al film finito. Dalla partenza del “motore” allo “stop” si apre il varco magico in funzione del quale, attraverso la sensibilità creativa ed artistica di decine di persone, prendono forma storie e personaggi che fino a poco prima non esistevano. Il film (aggiungo: anche il dietro le quinte di un film) è un vero “festival delle emozioni”, come diceva Barthes.

 Cosa desideri per te?

Continuare questo percorso con la stessa trasparenza, correttezza ed onestà intellettuale che ritengo mi abbiano sempre accompagnato.

Chi ha sempre creduto in te, appoggiando le tue scelte?

Sicuramente, su tutti, la mia famiglia. Mio padre, medico di professione, ma film maker per passione fin da giovanissimo, credo abbia sempre visto in me una sorta di “altra vita che avrebbe potuto vivere” (non dico con rimpianti, ma con un pizzico di nostalgia – quello sì):  una responsabilità non da poco per il sottoscritto, insomma! Scherzi a parte, anche i miei collaboratori sono stati (e sono) determinanti: senza di loro non avrei fatto tutto ciò che ho fatto e che farò.

Com’è lavorare al fianco di Paolo Sorrentino?

Sorrentino è un Artista vero, nell’accezione più complessa del termine. Se tale epiteto si usasse con un po’ più di senno e parsimonia e non a sproposito come si tende a fare oggigiorno, Paolo lo meriterebbe in ogni caso. E’ un ottimo regista ed un eccellente sceneggiatore. Lavorare come suo assistente alla regia è stata una esperienza inevitabilmente dura, ma assolutamente straordinaria. Stesso vale per i suoi più stretti collaboratori, tre su tutti (senza nulla togliere agli altri): Nicola Giuliano (produttore Indigo Film), Luca Bigazzi (direttore della fotografia) e Davide Bertoni (aiuto regista). Dei professionisti eccezionali.

Nei momenti in cui necessiti di un consiglio e di una guida, a chi ti rivolgi?

Alla mia famiglia e al mio socio in Lobecafilm: Luca Caprara. Un manuale di cinema vivente e un amico. Tendo in ogni caso a seguire molto il mio istinto, “almeno” come ci ricorda il grande Billy Wilder “gli errori saranno i tuoi e non quelli di qualcun’altro”!

Che consiglio senti di poter dare a coloro che desiderano intraprendere una strada come la tua?

Oggi sarebbe un consiglio intriso di grande ed inevitabile amarezza: andatevene all’estero, soprattutto se avete circa 25 anni.  E lo dico con la tristezza nel cuore e nell’anima. Stop.

C’è stato qualcuno che ti ha aiutato in questo percorso professionale?

Sicuramente: i miei collaboratori e tutte le persone che in me hanno sempre creduto. Sono tantissime. Non potrò mai smettere di ringraziarli tutti. Mi voglio però concedere una piccola considerazione, nonchè motivo (un po’ naif e retorico, ma autentico) di grande orgoglio personale: non sono MAI stato “favorito”. Non ho mai raggiunto i famosi compromessi. Ho sempre detto e scritto ciò che pensavo. Sono sempre stato libero da ogni forma di condizionamento.  E sul campo, nella situazione italiana attuale che tutti conosciamo e che è inutile ribadire in questa sede, tale “dimensione” può essere un problema, laddove per “problema”, intendo un considerevole abbassamento delle possibilità di realizzarsi: le persone libere non devono favori a nessuno, dunque sono imprevedibili – quindi scomode.  Vista tale consapevolezza, è sconsiderato masochismo, il mio? Forse. Ma per come sono fatto e per l’educazione che ho ricevuto,  problema più grosso sarebbe stato guardarmi allo specchio ogni mattina, sapendo di aver fatto il paraculo o qualcosa di intellettualmente disonesto. Intollerabile. Sarò probabilmente uno stupido, ma sicuramente con la coscienza a posto. Conosco tantissime persone come me (non solo del mio ambiente) che, inevitabilmente, arrancano. Ma a testa alta. Sempre.

Di chi temi maggiormente il giudizio?

Il mio. Sono molto critico con tutti, di norma, ma con me stesso sfioro proprio la patologia autolesionista. Va detto che non considero questo aspetto un pregio, tutt’altro. Perchè ti porta a vivere uno stato di sottile ma perenne insoddisfazione. La cosa positiva (che c’è, grazie al cielo!) è che in questo modo sei spronato a fare sempre meglio e sempre prima.  E, soprattutto, a non abbassare mai la guardia, mantenendo i piedi ben saldi al terreno.

Ci racconti qualche aneddoto curioso, che ti è accaduto durante la tua carriera?

Ce ne sono migliaia – è una delle cose più belle di questo lavoro. Ne racconterò uno su tutti, legato al mio cortometraggio “Sotto il mio giardino”. L’ultimo giorno di riprese, dopo l’ultimo ciak, presi da una parte Stefano Bottone, il giovane protagonista – che all’epoca dei fatti (2007) aveva 10 anni. Iniziai a fargli un discorso sul fatto che in tutto quel tempo passato insieme, avevo evitato di parlare in modo articolato, rinunciando a parole difficili e costruzioni sintattiche complicate, il tutto per entrare in piena sintonia con lui, per essere “capito”, per diventare “un bambino come lui”. Stefano, da subito molto poco interessato al mio monologo, mi congedò in malo modo, guardandomi negli occhi con compassione ed affermando: “Ok, bravo, grazie – ma comunque non era necessario”!

Come si svolge una giornata tipo di un regista?

Che domandona! Risponderò così: quando si lavora per un film o situazione analoga, le giornate iniziano presto e finiscono tardi: c’è sempre qualcosa da fare, da rivedere, da ripensare, da mettere in discussione. Quando non si lavora… stessa cosa!  Diciamo che la differenza sostanziale tra le due situazioni, sono i caffè e le sigarette. Nel primo caso sono più i caffè delle sigarette, nel secondo…viceversa. Comunque, al di là dei giorni di set, di preparazione e postproduzione che sarebbe impossibile sintetizzare in poche righe, di norma una giornata tipo è fatta di cose che, chi non è del mestiere, può reputare inutili, ma che in realtà costituiscono il vero e proprio fondamento di questo lavoro.  Chiedo aiuto a Conrad, per concludere la risposta. Lui diceva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Sic et simpliciter.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ho due progetti insieme ad Eros Tumbarello, due sceneggiature per altrettanti lungometraggi: “Dear Mr. Obama” e “La prospettiva dall’alto”. In più, sempre insieme ad Eros, un terzo progetto in fase di trattamento insieme a Damiano Bruè. Purtroppo la situazione attuale non è affatto incoraggiante (e questo, ahime, lo dico a ragion veduta) per chi vuole esordire nel lungometraggio e non ha la solita robetta nel cassetto. Speriamo che la situazione cambi presto, per il bene di tutti. Altrimenti, necessariamente e non per certo per velleità esterofile, il consiglio di cui la domanda di prima, sarà meglio (lèggasi: inevitabile) rivolgerlo a noi stessi. E con la medesima amarezza di cui sopra.

Cosa hai provato quando sei stato premiato con il Golden Globe? A chi hai dedicato la tua vittoria?

E’ stata una grande emozione, perchè il Globo D’Oro, assegnato da decine di giornalisti della stampa straniera accreditati in Italia, è un premio molto prestigioso, internazionale e, mi si passi il termine, “internazionalizzante”. E’ stato dedicato per ovvie ragioni a tutto il cast e la troupe del film premiato, nonchè a tutte le persone che in qualche modo, hanno contribuito, negli anni, a “formarmi”: Caterina D’Amico, Giuliano Montaldo, Paolo Sorrentino, Nicola Giuliano tra gli altri.

Un sogno nel cassetto dal punto di vista professionale:

Unire la creatività, l’ “artigianalità”, la poetica Italiana ad un apparato produttivo funzionante e funzionale al merito, come per esempio quello americano. Fondere le nostre oggettive peculiarità in un sistema non autoreferenziale, stagnante ed autodistruttivo;  che riesca quindi a riconoscere e valorizzare il talento di tutte le professionalità coinvolte in un’opera audiovisiva. Anche e soprattutto se emergenti. Il sogno è, sintetizzando, un “mondo” in cui si possa tentare di essere risorsa culturale ed artistica; a fronte di una realtà di drammatica immobilità in cui si è visti solo e soltanto come  “minacce” per “le poltrone” dei soliti noti.

Un sogno nel cassetto dal punto di vista personale:

La mia vita personale e quella professionale sono perfettamente coincidenti, nel bene e nel male. Diciamo che dal punto di vista umano e personale, seppur sempre legato al lavoro, mi piacerebbe che tutti i professionisti e gli amici che ho incontrato in questi anni, possano avere ciò che si meritano: tanto. E sono tanti.

Botta & Risposta

L’oggetto che non butterai mai:  Un puffo (i pupazzetti di gomma di un tempo). Il primo che mi comprarono o di cui ho ricordo… avrò avuto 4 o 5 anni.  E’ strano: ha lo spazzolone e si lava la schiena.  E non indossa il consueto berretto bianco (a pensarci: voi vi fate la doccia con il cappello?) Mi è sempre piaciuto e non ho mai capito il perchè. Un vero estremo da psicanalisi.

La collezione:  Non è una vera e propria collezione, ma sono un maniaco dell’archiviazione, quindi direi il mio archivio informatico (decisamente considerevole in termini di Gigabyte) e i miei appunti (migliaia di pagine, ritagli etc)

Il posto del cuore: Il mare d’inverno, nella mia città natale: Fano

Capo d’abbigliamento preferito: Non so se può essere considerato un capo d’abbigliamento: i miei occhiali. Sono l’unica cosa che mi piace comprare. Una sorta di necessità divenuta feticcio

Supereroe preferito: L’uomo tigre (…che lotta contro il male, combatte solo la malvagità. Non ha paura si batte con furore,  ed ogni incontro vincere lui sa. Ma l’uomo tigre ha in fondo un grande cuore, combatte solo per la libertà: difende i buoni sa cos’è l’amore, il nostro eroe mai si perderà. Ha tanti amici e grande è la bontà… ma con nemico non ha pietà). Altri tempi…

Ieri, oggi o domani: Domani, attraverso oggi, in virtù di ieri

Cosa fa girare il mondo? Non credo sia elegante dirlo in un’intervista. La seconda cosa è la curiosità

Se fossi una città: New York. Sempre in movimento, apparentemente spietata (ed in parte anche in realtà),  piacevole se la prendi nel modo giusto

Pensieri o parole? Per me sono praticamente la stessa cosa: un mio enorme pregio ed uno dei miei più grossi difetti

Penna o computer? Entrambe le cose ma “ogni cosa è buona a suo tempo”, come diceva Don Abbondio (che non è certo il mio mentore, ma quel concetto mi piace molto). L’una, di certo, non esclude necessariamente l’altra

Continua a Leggere:

Cosa ne Pensi ? Scrivi la Tua Opinione!